Introduzione
Nei due articoli precedenti abbiamo seguito la formazione del Sistema Solare primordiale e il primo grande conflitto che lo ha attraversato — il tumulto dei pianeti appena formati, la scelta di Apsu di distruggerli, l’intervento di Ea che ha stabilizzato il Sole ma, senza saperlo, ha aperto la porta a qualcosa che veniva da fuori. Da quella porta è entrato Marduk.
Ora il Sistema Solare si trova di fronte a una crisi che nessuno dei corpi esistenti sa come risolvere. Tiamat — il pianeta primordiale, la “creatrice che ha partorito tutti” — si è armata. Ha generato undici creature, ha innalzato Kingu al comando supremo, gli ha consegnato la tavola dei destini. È pronta alla guerra. E i due corpi più autorevoli del Sistema Solare esterno — Ea e Anu, Nettuno e Urano — tornano entrambi indietro, sgomenti, incapaci anche solo di avvicinarsi a lei.
In questo articolo seguiamo il momento in cui tutto si decide. Marduk viene convocato. Prima di accettare, pone una condizione che cambierà per sempre l’assetto del Sistema Solare. Supera una prova davanti a tutti gli dei. E poi si dirige verso Tiamat — armato, accompagnato dai suoi quattro venti, pronto allo scontro che ridisegnerà tutto.
È il momento in cui il poema smette di descrivere un sistema in formazione e comincia a descrivere la sua trasformazione definitiva.
Questo articolo segue il testo dai tentativi falliti di Ea e Anu fino al momento dell’impatto tra Marduk e Tiamat.
I tentativi falliti — Ea e Anu di fronte a Tiamat
La notizia raggiunge Ea: Tiamat ha radunato il suo esercito, ha nominato Kingu comandante supremo, gli ha consegnato la tavola dei destini. La guerra è dichiarata.
“Tiamat raccolse le sue creature e preparò la guerra contro i suoi discendenti divini. D’ora in poi essa pianificò il male a causa di Apsu. Giunse alle orecchie di Ea la notizia che essa cercava la guerra. Ea apprese questo fatto, e rimase silenzioso nella sua cella, dove sedeva sbigottito.” (Trad. Pettinato)
Ea non agisce immediatamente. Riflette, calma la sua rabbia, e si rivolge ad Anshar — suo padre, Giove nella nostra lettura — per riferire quanto accaduto. Ma la reazione di Anshar non è di gratitudine. È un rimprovero diretto:
“[Anšar udì ciò] e il fatto era assai inquietante; egli gridò: Ahi! e si morse le labbra. Il suo cuore era pieno d’ira, il suo animo non riusciva a calmarsi, la sua risposta era zoppicante: «Figlio mio, tu sei quello che ha scatenato la guerra; prenditi la responsabilità per ciò che hai fatto da solo! Tu ti sei mosso per uccidere Apsu, e per quanto concerne Tiamat, che tu hai reso furibonda, chi ne è all’altezza?»” (Trad. Pettinato)
È la conferma di ciò che avevamo già individuato nei blocchi precedenti: la stabilizzazione di Apsu da parte di Ea non è stata un’azione senza conseguenze. Anshar-Giove, il corpo più massiccio del Sistema Solare dopo il Sole, riconosce immediatamente il nesso causale — la neutralizzazione di Apsu ha alterato l’equilibrio gravitazionale del sistema, e quell’alterazione ha reso possibile sia l’ingresso di Marduk sia la destabilizzazione di Tiamat.
Ea si difende, ma non nega:
“«Padre mio, […] io vorrei dirti qualcosa, calmati un momento e rifletti su questo fatto, che io ho compiuto un vero atto di soccorso: prima che io uccidessi Apsu, chi avrebbe mai potuto prevedere la situazione presente? Prima che io lo finissi celermente, quali erano le circostanze che mi hanno spinto a distruggerlo?»” (Trad. Pettinato)
È un’ammissione di incertezza — Ea non nega di aver causato la situazione attuale, ma sostiene che le conseguenze non erano prevedibili al momento dell’azione. In termini cosmogonci: la stabilizzazione del Sole era necessaria per fermare il caos primordiale, ma le sue ripercussioni sull’equilibrio gravitazionale a lungo termine non potevano essere calcolate in anticipo. È una descrizione realistica della complessità dei sistemi gravitazionali: ogni intervento su un corpo del sistema produce effetti a catena impossibili da prevedere completamente.
Anshar, placato, affida a Ea l’incarico di affrontare direttamente Tiamat:
“Ea, le tue azioni sono appropriate a un dio; tu sei capace di assestare un colpo furibondo e incomparabile […]; va’ da Tiamat, e rintuzza il suo attacco, […] la sua ira con la tua magia!” (Trad. Pettinato)
Ma il tentativo fallisce immediatamente:
“Egli ascoltò le parole di suo padre Anšar, e intraprese il viaggio verso di lei, seguì il percorso fino a lei. Egli andò e scoprì gli artifizi di Tiamat: [egli stette immobile], s’ammutolì e tornò indietro. Egli si presentò davanti all’eccelso Anšar, e parlò a lui in tono sommesso: «[Padre mio], le trame di Tiamat sono troppo raffinate persino per me; io ho compreso il suo piano, però il mio incantesimo non era alla sua altezza. La sua potenza è troppo grande; essa trasuda di terrore; essa è troppo forte in tutto e per tutto; nessuno può contrastarla. Il suo baccano troppo alto non diminuisce affatto; io ho avuto paura del suo urlo e tornai indietro.»” (Trad. Pettinato)
Anshar allora invia Anu — Urano nella nostra lettura — con istruzioni quasi identiche. Il risultato è lo stesso, parola per parola:
“Anu andò e scoprì gli artifizi di Tiamat: egli stette immobile, s’ammutolì e tornò indietro.” (Trad. Pettinato)
La ripetizione quasi letterale tra il fallimento di Ea e quello di Anu non è una ridondanza stilistica casuale — è la sottolineatura di un fatto strutturale. Né Nettuno né Urano possono raggiungere Tiamat. Non per mancanza di potere o di coraggio — il testo lo chiarisce: entrambi “scoprono gli artifizi di Tiamat”, cioè comprendono perfettamente la situazione, ma “stanno immobili” e tornano indietro. In termini orbitali: le loro traiettorie semplicemente non si intersecano con quella di Tiamat. Sono pianeti in orbite stabili, concentriche, che non possono fisicamente raggiungere un corpo che occupa una posizione diversa del Sistema Solare. Non è una questione di forza — è una questione di geometria orbitale.
Il risultato è una crisi totale:
“Anšar s’ammutolì e guardò fisso al suolo; egli ammiccò ad Ea e scosse la sua testa. Gli Igigi e tutti gli Anunnaki erano radunati, con le labbra serrate essi sedevano silenziosi colà. Nessun dio voleva andare, contrastare […], non voleva andare contro Tiamat […]. Il signore Anšar, il padre dei grandi dèi, era ancora corrucciato nel suo cuore, non permetteva a nessuno di avvicinarsi a lui.” (Trad. Pettinato)
Tutti i pianeti del Sistema Solare esistente sono presenti — gli Igigi e gli Anunnaki, le due grandi categorie di divinità della cosmologia mesopotamica — e nessuno di loro può fare nulla. È il momento di massima impotenza del Sistema Solare di fronte alla crisi di Tiamat. Solo un corpo può risolvere la situazione — ma quel corpo non fa ancora parte del sistema nel senso ordinario del termine. È Marduk, generato da Ea ma di natura diversa da tutti gli altri, l’unico la cui traiettoria può effettivamente raggiungere Tiamat.
Marduk ottiene il potere supremo
Prima ancora di affrontare Tiamat, Marduk pone una condizione. Non combatte per dovere filiale né per pura vendetta — chiede, esplicitamente, il controllo assoluto e permanente sul destino del Sistema Solare.
“Se io devo essere il vostro vendicatore, legare Tiamat e così mantenervi in vita, allora convocate un’assemblea e proclamate per me un eccelso destino. Sedetevi tutti insieme gioiosamente in Ubšukkinakku, e fate in modo che al posto vostro sia io a decidere il destino con la mia parola. Tutto quello che io decido, non deve essere mai mutato, né un mio ordine deve essere cambiato o revocato!” (Trad. Pettinato)
La lettura accademica vede in questo passo l’origine della supremazia di Marduk nel pantheon babilonese — la legittimazione teologica del suo ruolo di re degli dei, ottenuta attraverso un’assemblea divina che gli concede pieni poteri prima della battaglia decisiva.
La lettura cosmogonica offre una prospettiva diversa, e per certi versi più inquietante. Marduk non sta semplicemente negoziando un titolo onorifico — sta dichiarando, prima ancora di agire, che il suo arrivo ridisegnerà permanentemente le orbite del Sistema Solare. “I destini” — come abbiamo visto fin dall’incipit del poema — sono le traiettorie planetarie. Marduk chiede che, da quel momento in poi, sia la sua presenza a determinarle. È una dichiarazione di ciò che accadrà comunque: un corpo della sua massa, entrando nel Sistema Solare con una traiettoria che lo porta a intersecare quella di Tiamat, altererà irreversibilmente l’equilibrio gravitazionale di tutti i corpi coinvolti — non solo di Tiamat.
Gli dei accettano. E prima di concedergli pieni poteri, gli chiedono una prova:
“Essi collocarono nel loro mezzo una costellazione, e così parlarono a Marduk, loro primogenito: «Il tuo destino, Bel, è superiore a quello di tutti gli altri dèi: ordina e causa la sparizione e la riapparizione; con la tua parola fa’ scomparire la costellazione; con un nuovo ordine fa’ riapparire la costellazione!» Egli diede l’ordine e la costellazione sparì, con un secondo ordine la costellazione ricomparve. Quando i suoi progenitori divini constatarono il cambiamento verificatosi, si rallegrarono e gli resero omaggio affermando: «Marduk è re!»” (Trad. Pettinato)
È un passaggio singolare. Non è una prova di forza, né di saggezza, né di eloquenza — è una prova osservabile, ottica, verificabile da tutti i presenti. Un corpo capace di far “scomparire” e poi “riapparire” un gruppo di stelle con un proprio movimento sta dimostrando, nei fatti, la propria massa e la propria luminosità: l’occultazione di un campo stellare al passaggio di un corpo di grandi dimensioni — o il suo stesso splendore che, per un momento, sovrasta la luce delle stelle circostanti. In entrambi i casi è la dimostrazione pratica e immediata di ciò che la descrizione fisica di Marduk aveva già anticipato — un corpo “ricoperto dello splendore di dieci dèi”, capace di “abbracciare ogni cosa” con i suoi quattro occhi.
Gli dei non si fidano della parola di Marduk — vogliono vedere. E quello che vedono li convince immediatamente: “Marduk è re!”
Lahmu e Lahamu — i pianeti interni, all’oscuro di tutto
C’è un dettaglio che merita attenzione, perché conferma indirettamente la posizione orbitale di Tiamat che abbiamo proposto. Quando la notizia del conflitto raggiunge Lahmu e Lahamu — Marte e Venere nella nostra lettura — la loro reazione è di sorpresa totale:
“Quando Lahmu e Lahamu udirono ciò, essi cominciarono a parlare ad alta voce; tutti gli Igigi ansimavano per la disperazione: «Che cosa c’era di ostile, tanto da far prendere a lei questa decisione nei nostri confronti? Noi non sapevamo ciò che Tiamat stava facendo!»” (Trad. Pettinato)
I pianeti rocciosi interni — i più vicini al Sole — non avevano percepito nulla. Il conflitto si è sviluppato in una regione del Sistema Solare troppo distante dalla loro orbita per essere avvertito. È coerente con la posizione di Tiamat nella zona tra Marte e Giove: sufficientemente lontana da Marte perché le sue perturbazioni — e l’arrivo di Marduk — restassero del tutto impercettibili ai pianeti più interni, fino al momento in cui l’assemblea degli dei viene formalmente convocata.
L’arma e l’istruzione finale
Ottenuto il potere supremo, Marduk riceve anche gli strumenti per esercitarlo:
“Essi aggiunsero per lui una mazza, un trono e uno scettro, gli diedero inoltre un’arma invincibile, che annienta il nemico: «Va’, taglia la testa a Tiamat, e fa’ sì che i venti trasportino in alto il suo sangue, per diffondere la notizia!»” (Trad. Pettinato)
L’istruzione finale anticipa con precisione ciò che accadrà nel blocco successivo: lo smembramento di Tiamat e la dispersione del suo “sangue” — il materiale del suo corpo — trasportato “in alto dai venti”. Non è un dettaglio narrativo casuale: è l’annuncio esplicito di una dispersione di materiale nello spazio, portata dai venti — i satelliti di Marduk — verso l’esterno. Il Sistema Solare sta per essere ridisegnato, e tutti gli dei — tutti i pianeti — lo sanno già prima che accada.
Marduk si prepara — l’arsenale di un corpo celeste
Prima di avanzare verso Tiamat, Marduk si arma. La descrizione del testo è dettagliata e sistematica — non è la preparazione di un guerriero umano ma l’assemblaggio di un sistema di forze fisiche di proporzioni cosmiche.
“Egli approntò un arco e ne fece la sua arma, egli incoccò una freccia e rafforzò il tendine; egli prese la mazza e la tenne nella sua destra; arco e faretra appese al suo fianco, dispose fulmini davanti a sé e riempì il suo corpo di lingue di fuoco. Egli preparò una rete, per avvilupparvi gli intestini di Tiamat, e posizionò i quattro venti, affinché nessuna parte di lei sfuggisse. Il vento del Sud, il vento del Nord, il vento dell’Est e il vento dell’Ovest, dispose vicino alla rete, proprio quei venti che gli aveva dato in dono suo padre Anu.” (Trad. Pettinato)
La lettura accademica vede in questo passo la preparazione di un eroe divino alla battaglia — un catalogo di armi e poteri soprannaturali che riflette la tradizione epica mesopotamica. L’arsenale di Marduk è il segno della sua superiorità assoluta — nessun altro dio possiede questa combinazione di forze.
La lettura cosmogonica legge ogni elemento come la descrizione fisica di forze reali associate a un corpo celeste di massa eccezionale in avvicinamento a velocità cosmica.
L’arco e la freccia — che vedremo all’opera nel momento dell’impatto — non sono armi convenzionali. La freccia è la scarica di energia diretta al nucleo di Tiamat dopo che il Vento Malvagio l’ha già destabilizzata dall’interno. Non un impatto diretto tra i due corpi principali — un colpo di grazia energetico, preciso, letale.
I fulmini disposti davanti a sé e il corpo riempito di lingue di fuoco descrivono un corpo celeste incandescente — la superficie di Marduk, surriscaldata dall’attrito con il mezzo interplanetario durante la sua traiettoria ad alta velocità verso il Sistema Solare interno. Un corpo di quelle dimensioni, in avvicinamento da distanze enormi, brillerebbe come un secondo sole.
La rete è il campo gravitazionale di Marduk — una struttura invisibile ma reale che circonda il corpo celeste e cattura tutto ciò che entra nel suo raggio d’influenza. “Per avvilupparvi gli intestini di Tiamat, affinché nessuna parte di lei sfuggisse” — nessun frammento del pianeta primordiale potrà sfuggire alla gravità di Marduk dopo l’impatto. Tutto verrà catturato, ridistribuito, incorporato nel nuovo assetto del Sistema Solare.
I quattro venti — i satelliti di Marduk donati da Anu — vengono posizionati ai quattro punti cardinali della rete. È una disposizione precisa: i quattro satelliti si collocano attorno a Tiamat in modo da circondarne il sistema orbitale da ogni direzione. Nessun frammento può fuggire — la rete gravitazionale è completa.
“Egli creò il vento cattivo, la tempesta, l’uragano, il vento quadruplice, il vento settuplo, il vento devastatore, il vento irresistibile. Egli fece uscire i sette venti che egli aveva creato, e questi si disposero dietro di lui, per disorientare l’animo di Tiamat.” (Trad. Pettinato)
Oltre ai quattro venti-satelliti donati da Anu, Marduk genera sette venti aggiuntivi — corpi minori o forze fisiche che si dispongono dietro di lui come una scia. In termini fisici potrebbero essere i detriti e le perturbazioni gravitazionali che un corpo di quella massa genera nel mezzo interplanetario durante la sua traiettoria — una scia di disturbi che precede e accompagna l’avvicinamento. Il loro scopo è “disorientare l’animo di Tiamat” — destabilizzare ulteriormente il pianeta primordiale prima ancora dell’impatto diretto.
“Bel sollevò il ciclone, la sua grande arma, montò sul terribile carro della tempesta irresistibile, aggiogò quattro destrieri, che lo trainavano: il distruttore, l’inesorabile, il devastatore, il veloce; le loro mascelle erano spalancate, i loro denti portavano veleno; essi non conoscono stanchezza, erano allenati alla caccia.” (Trad. Pettinato)
Il carro della tempesta con i quattro destrieri è la traiettoria di Marduk stessa — irresistibile, inarrestabile, trainata da forze che “non conoscono stanchezza”. I quattro destrieri dai nomi evocativi — il distruttore, l’inesorabile, il devastatore, il veloce — sono le componenti della forza gravitazionale e cinetica di un corpo in caduta libera verso il Sistema Solare interno. Una volta avviata, quella traiettoria non può essere fermata. È per questo che né Ea né Anu potevano fare nulla — non si trattava di sconfiggere Marduk in battaglia, ma di fermare una traiettoria orbitale determinata dalla gravità stessa.
“Nella sua destra egli sistemò Battaglia furiosa e Lotta, nella sua sinistra Combattimento che sgomina una compatta linea di attacco, egli era ricoperto di un mantello, che in realtà era una corazza tremenda, sul suo capo troneggiava lo splendore terrificante.” (Trad. Pettinato)
La corazza — il mantello che riveste Marduk — è la sua atmosfera o il suo campo magnetico, lo strato protettivo che circonda il corpo celeste. Lo “splendore terrificante” sul capo è il melammu — la stessa aura che Ea aveva sottratto ad Apsu, ora presente su Marduk con un’intensità che “nessuno può guardare”. Un corpo celeste di quelle dimensioni, in avvicinamento, sarebbe visibile a occhio nudo come l’oggetto più luminoso del cielo — più luminoso di qualsiasi stella, forse paragonabile al Sole stesso.
“Bel avanzò e si mise in marcia, egli volse il suo viso alla furente Tiamat. Tra le sue labbra egli teneva stretto un incantesimo, mentre nella sua mano stringeva una pianta per contrastare il veleno di Tiamat.” (Trad. Pettinato)
L’incantesimo sulle labbra e la pianta contro il veleno sono le ultime due preparazioni di Marduk prima del confronto diretto. In termini fisici potrebbero descrivere le proprietà chimiche e gravitazionali che proteggono Marduk dall’aggressione chimica dei corpi del sistema di Tiamat — ricchi di metalli pesanti e composti tossici, il “veleno” con cui Tiamat aveva riempito i suoi undici corpi minori invece del sangue.
Marduk è pronto. Il Sistema Solare sta per cambiare per sempre.
Fonti utilizzate in questo articolo
Giovanni Pettinato, Mitologia assiro-babilonese, UTET, Torino, 2005 — traduzione italiana di riferimento dell’Enuma Elish. Traduzione utilizzata in questo articolo.
Aaron Bell et al., High-pressure clinopyroxene in Northwest Africa 12774 and new geobarometric evidence for a planetary embryo-sized angrite parent body, Earth and Planetary Science Letters, 2026, ScienceDirect — per la prima prova fisica diretta dell’esistenza di un protoplaneta distrutto nelle fasi primordiali del Sistema Solare interno.
Tom Van Flandern, Dark Matter, Missing Planets and New Comets, North Atlantic Books, Berkeley, 1993 — per l’Exploded Planet Hypothesis e le caratteristiche del pianeta primordiale nella zona tra Marte e Giove.
NASA Science, Planet X, science.nasa.gov/solar-system/planet-x/ — per le caratteristiche orbitali del Pianeta Nove e il suo possibile ruolo nella dinamica del Sistema Solare esterno.
Per approfondire
Alexander Heidel, The Babylonian Genesis, University of Chicago Press, Chicago, 1951 — per lo studio comparativo dell’Enuma Elish e la traduzione alternativa dell’incipit.
Wilfred G. Lambert, Babylonian Creation Myths, Eisenbrauns, Winona Lake, 2013 — edizione critica più completa dell’Enuma Elish con analisi filologica approfondita.
Jean Bottéro e Samuel Noah Kramer, Uomini e dei della Mesopotamia, Mondadori, Milano, 2012 — per il contesto culturale e religioso della tradizione mesopotamica.
Zecharia Sitchin, Il Dodicesimo Pianeta, Mondadori, Milano, 1999 — per la lettura cosmogonica dell’Enuma Elish e l’identificazione di Marduk-Nibiru. Da leggere con spirito critico.
Giorgio de Santillana e Hertha von Dechend, Il Mulino di Amleto, Adelphi, Milano, 1983 — per il collegamento tra mitologia antica e conoscenza astronomica di lungo periodo.
Sean Raymond, The Planet Factory, Bloomsbury Sigma, Londra, 2018 — introduzione accessibile alla formazione dei sistemi planetari.
Terry Long Phan et al., studio sul candidato Pianeta Nove, arxiv.org/pdf/2504.17288, 2025 — per la candidatura più recente e solida al Pianeta Nove identificata attraverso dati infrarossi IRAS e AKARI.
Immagine dell’anteprima:
NASA/JPL-Caltech

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