Fragment of a tablet from the Babylonian myth Enuma Elish, or Epic of Creation. Unearthed in Nineveh, in the "Library of Assurbanipal". 7th century BC. J.-C. K.3473.

Enuma Elish: la conoscenza perduta nel tempo

Introduzione

Tra i testi che l’umanità ha prodotto, pochi sono antichi quanto l’Enuma Elish. Scritto in accadico, inciso su sette tavole di argilla, è il racconto babilonese della creazione del mondo — di come dall’oscurità e dal caos primordiale siano emersi gli dei, la Terra, il cielo, e infine l’uomo.

Non è un testo marginale. Era recitato pubblicamente durante la festa del nuovo anno a Babilonia, copiato e ricopiato per secoli senza alterazioni significative, considerato un documento sacro che custodiva la verità fondamentale sull’origine di tutto. Berosso, nel primo libro della Babiloniaka, lo parafrasò come parte della rivelazione che Oannes aveva consegnato agli uomini all’alba della civiltà — non una storia inventata dagli scribi, ma una conoscenza trasmessa da fuori.

Letto come mito, l’Enuma Elish è affascinante. Letto come possibile memoria di eventi reali — cosmici, planetari, anteriori a qualsiasi civiltà conosciuta — diventa qualcosa di più inquietante.

Il testo e la sua storia

Il titolo Enuma Elish — in accadico “Quando in alto” — sono le prime parole del testo, secondo la consuetudine mesopotamica di identificare un’opera con il suo incipit. Il poema si compone di sette tavole per circa 1.100 versi complessivi. Le copie più importanti provengono dalla biblioteca di Assurbanipal a Ninive, scoperte in forma frammentaria nel 1849 dall’assiriologo britannico George Smith, e datate al VII secolo a.C. Ma collocare la nascita dell’Enuma Elish al VII secolo a.C. sarebbe un errore — sarebbe come datare un’opera alla sua ultima ristampa.

La questione della datazione è uno dei punti più dibattuti dell’assiriologia moderna. I frammenti più antichi in lingua accadica risalgono all’epoca di Hammurabi, intorno al 1750 a.C. — ma già questi non sono l’originale, sono copie di qualcosa di precedente. Jean Bottéro e Samuel Noah Kramer, nella loro edizione di riferimento, hanno abbassato la datazione convenzionale di circa mezzo millennio rispetto alla tradizione. Giovanni Pettinato, nella sua edizione UTET, è ancora più cauto: osserva che i manoscritti coprono un periodo dal 1000 al 300 a.C. e che la composizione è relativamente tarda. Ma entrambe le posizioni si scontrano con un dato linguistico che le complica: il testo contiene numerose parole di origine sumera — i nomi dei mostri di Tiamat, il vento di Marduk, il termine lullu usato per indicare l’uomo. Il nucleo del testo è anteriore alla sua redazione in accadico. Affonda le radici nella tradizione sumera, che precede quella babilonese di almeno duemila anni.

E qui entra in gioco la tradizione orale — il punto che la datazione delle tavolette non può cogliere. La versione originale del poema è di data incerta e di autore totalmente sconosciuto: presso i Babilonesi non si teneva conto della paternità delle opere letterarie. Non perché fossero indifferenti alla cultura, ma perché la concezione stessa della trasmissione del sapere era diversa. Un testo sacro non aveva un autore — aveva una tradizione. E quella tradizione esisteva molto prima che qualcuno decidesse di inciderla sull’argilla.

L’uso liturgico del testo lo conferma in modo inequivocabile. L’Enuma Elish veniva recitato solennemente il quarto giorno della festa del nuovo anno a Babilonia — l’Akitu, la cerimonia più importante del calendario religioso mesopotamico. Un testo che viene recitato a memoria davanti a una folla, anno dopo anno, per secoli, è per definizione un testo che esiste prima della sua versione scritta. La tavoletta non è l’origine — è la trascrizione di qualcosa che già viveva nella memoria collettiva. Quanto tempo prima? Nessuno può dirlo con certezza. Ma se i miti contenuti nell’Enuma Elish affondano le loro radici nella letteratura sumera — come i termini linguistici suggeriscono — allora stiamo parlando di una tradizione che potrebbe risalire agli albori stessi della civiltà mesopotamica, tremila anni prima delle tavolette di Assurbanipal.

La trasmissione scritta del testo è straordinariamente fedele. Tutte le copie giunte fino a noi corrispondono nella stesura, sia nel testo che graficamente — un dato che gli studiosi interpretano come segno dell’importanza religiosa e culturale che il poema rivestiva. Anche gli scribi assiri, che pure tendevano ad adattare i testi babilonesi alla propria tradizione, mantennero l’Enuma Elish sostanzialmente inalterato, modificando solo il nome di Marduk con quello del loro dio supremo Assur. Un testo che non si poteva toccare — non perché qualcuno lo vietasse, ma perché era considerato la trascrizione fedele di qualcosa che veniva da lontano e non apparteneva a nessuno in particolare.

Le sette tavole coprono una sequenza narrativa precisa: la generazione degli dei dalle acque primordiali, il conflitto tra le divinità più antiche e quelle più giovani, la battaglia tra Marduk e Tiamat, la creazione del mondo dal corpo di Tiamat sconfitta, la creazione dell’uomo, e infine la celebrazione di Marduk come signore degli dei. È una struttura cosmogonica completa — dall’origine del tutto alla comparsa dell’uomo — che non ha paralleli per ampiezza e sistematicità nella letteratura del Vicino Oriente antico.

Il collegamento con la Babiloniaka di Berosso è esplicito e documentato. Nel primo libro, Berosso presenta la cosmogonia babilonese come parte integrante della rivelazione che Oannes aveva consegnato agli uomini nel primo anno di regno del primo re di Babilonia. Burstein, nella sua edizione critica, è preciso su questo punto: Berosso seguì essenzialmente una versione dell’Enuma Elish per la storia della creazione, e la presentò non come elaborazione letteraria umana ma come contenuto della rivelazione originaria. In altre parole, nella tradizione mesopotamica l’Enuma Elish non era un testo che i Babilonesi avevano scritto — era un testo che avevano ricevuto. La conoscenza dell’origine del mondo faceva parte del pacchetto che gli Apkallu avevano trasmesso agli uomini all’alba della civiltà.

Questo inquadramento cambia radicalmente il peso del testo. Non si tratta di valutare quanto fosse sofisticata la cosmologia babilonese rispetto ad altre culture antiche. Si tratta di chiedersi cosa custodisse davvero — e da dove venisse, prima ancora che qualcuno decidesse di inciderlo sull’argilla.

Nel prossimo articolo entreremo nel testo — dalle acque primordiali di Apsu e Tiamat alla generazione dei pianeti, in una lettura cosmogonica che il poema stesso sembra suggerire.


Immagine di anteprima: Frammento di tavoletta dell’ Enuma Elish. Ritrovato a Ninive, nella biblioteca di Assurbanipal. Secolo VII a.C. (BC. J.-C. K.3473). Autore: Zunkir, CC BY-SA 4.0 https://creativecommons.org/licenses/by-sa/4.0, via Wikimedia Commons


Per approfondire

  • Giovanni Pettinato, Enuma Elish — Mitologia assiro-babilonese, UTET, Torino, 2005. La traduzione italiana più autorevole dell’Enuma Elish, con ampio apparato critico e commento filologico. Traduzione di riferimento per questo articolo
  • Jean Bottéro e Samuel Noah Kramer, Uomini e dei della Mesopotamia, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1992
  • Stephanie Dalley, Myths from Mesopotamia, Oxford University Press, Oxford, 1989
  • Benjamin R. Foster, From Distant Days, CDI Press, 1993
  • Alberto Elli, Enūma Eliš — Il mito babilonese della creazione, Edizioni Ca’ Foscari, Venezia
  • Alexander Heidel, The Babylonian Genesis, University of Chicago Press, Chicago, 1951
  • Babiloniaka di Berosso, Stanley Mayer Burstein, The Babyloniaka of Berossus, Undena Publications, Malibu, 1978.

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