Enuma Elish – Le acque primordiali e la nascita dei pianeti

Le acque primordiali — Apsu, Tiamat e Mummu

Il poema si apre su uno stato primordiale in cui tutto è ancora indistinto. Non c’è cielo, non c’è terra, non ci sono nomi — e senza nome, nella concezione mesopotamica, non c’è esistenza. Solo tre entità sono già presenti, e le loro acque si mescolano in un tutt’uno.

“Quando in alto i cieli non avevano un nome, e in basso la terra non era chiamata per nome, esistevano (soltanto) Apsu, il primo, il loro genitore, e la creatrice-Tiamat, che ha partorito tutti: essi mescolavano le loro acque, fondendole in un tutt’uno, prima ancora che i prati fossero formati e gli stessi canneti si potessero individuare, quando nessuno degli dei era (ancora) apparso o aveva ricevuto il nome e i destini non erano fissati.” (Trad. Pettinato)

Tre entità, tre ruoli precisi. Apsu è “il primo, il genitore” — la fonte originaria. Tiamat è “la creatrice che ha partorito tutti” — la matrice da cui si genera tutto il resto. E Mummu — la cui presenza nell’incipit è uno dei punti filologicamente più discussi del testo.

Una questione filologica aperta

La maggior parte delle traduzioni — Pettinato, Foster, Dalley — leggono il termine mummu nell’incipit come attributo di Tiamat: mummu Tiamat significa “Tiamat la creatrice” o “Tiamat la matrice”. In questa lettura Mummu come entità autonoma compare solo dopo, quando Apsu lo chiama come suo araldo e paggio.

Alexander Heidel, nella sua traduzione, fa una scelta diversa e filologicamente significativa. Separa Mummu come entità distinta già nell’incipit: “Apsu primeval, their begetter, Mummu, and Tiamat, she who gave birth to them all, still mingled their waters together.” Tre corpi distinti, presenti fin dall’inizio, le cui acque si mescolano insieme.

La divergenza non è trascurabile. In accadico mummu ha significati multipli — “forma”, “matrice”, “immagine”, ma anche nome proprio. La sua presenza in una posizione grammaticalmente ambigua nell’incipit potrebbe essere deliberata: Mummu come attributo di Tiamat e come entità autonoma allo stesso tempo. Gli scribi mesopotamici non erano imprecisi — se l’ambiguità è lì, è probabilmente intenzionale.

La lettura accademica

L’interpretazione tradizionale legge Apsu come la personificazione delle acque dolci sotterranee, Tiamat come le acque salate del mare primordiale, e il loro mescolarsi come l’immagine mesopotamica del caos originario — uno stato indifferenziato da cui emerge progressivamente l’ordine cosmico. Mummu è un’entità minore, il paggio fedele di Apsu, il cui nome significa “forma” o “immagine”. Le acque che si mescolano sono una metafora cosmologica — il caos primordiale prima che gli dei introducano l’ordine.

È una lettura coerente con la visione mesopotamica del mondo. Ma lascia aperta una domanda: perché un testo che descrive la creazione dell’universo usa sistematicamente il termine “acque” per indicare lo stato primordiale? E perché quelle acque si mescolano invece di restare separate?

La lettura cosmogonica

La scienza moderna offre una risposta sorprendente. Il Sistema Solare primordiale era effettivamente composto in larga parte da acqua — o più precisamente dai suoi costituenti, idrogeno e ossigeno, presenti in abbondanza nella nube protosolare. L’acqua in forma di ghiaccio è oggi presente praticamente ovunque nel Sistema Solare — nelle lune di Giove e Saturno, nelle comete, nei pianeti del Sistema Solare esterno, negli strati profondi di Marte, persino sulla Luna. Descrivere lo stato primordiale del Sistema Solare come “acque che si mescolano” non è una metafora inverosimile — è quasi una descrizione funzionale della composizione della nube protoplanetaria.

In questa lettura Apsu è il Sole — “il primo, il genitore”, la massa dominante attorno a cui tutto si organizza. La sua “acqua” è il disco protoplanetario che circonda il Sole nascente. Tiamat è il pianeta primordiale — un corpo massiccio già formato, la “creatrice” da cui si genereranno altri corpi attraverso processi di aggregazione e frammentazione.

E Mummu? Seguendo la lettura di Heidel — tre corpi distinti fin dall’inizio — Mummu è già presente nell’incipit come corpo celeste autonomo. Un corpo piccolo, vicino al Sole, fedele alla sua orbita come un araldo al suo signore. Mercurio — il più piccolo e il più interno dei pianeti, il solo che non cambierà nel corso della narrazione, che rimarrà sempre al suo posto accanto al Sole mentre tutto il resto del Sistema Solare viene sconvolto.

Le caratteristiche orbitali di Mercurio rendono questa identificazione ancora più precisa. La sua orbita è la più eccentrica di tutti i pianeti del Sistema Solare — con un’eccentricità di 0,205, quindici volte quella della Terra. Il suo piano orbitale è inclinato di 7° sull’eclittica — la maggiore inclinazione tra i pianeti interni. E si trova in una risonanza orbitale 3:2 con il Sole — compie tre rotazioni su se stesso ogni due orbite complete, l’unico pianeta del Sistema Solare in cui la durata del giorno solare è maggiore del periodo di rivoluzione. Sono i segni di una storia primordiale turbolenta — un corpo che porta ancora oggi impressa nella sua orbita la memoria del caos in cui è nato.

Tiamat — la creatrice

Tra le tre entità primordiali, Tiamat è quella descritta con il ruolo più straordinario: “la creatrice che ha partorito tutti”. Non è semplicemente presente all’inizio — è la matrice generativa dell’intero Sistema Solare. Tutto ciò che verrà dopo emerge “nel suo seno”. È lei che ha partorito gli dei — i pianeti.

In termini cosmogonci Tiamat occupa una posizione orbitale precisa: la zona tra Marte e Giove, dove oggi si estende la fascia degli asteroidi. Non è una scelta arbitraria. La scienza moderna ipotizza che i corpi presenti nel Sistema Solare interno alla fascia degli asteroidi con massa non inferiore a quella di Mercurio fossero originariamente cinque e non gli attuali quattro — un quinto pianeta roccioso interno che non esiste più. Tiamat come pianeta primordiale in quella posizione non è una fantasia cosmogonica: è compatibile con le ipotesi più accreditate sulla formazione del Sistema Solare.

La fascia degli asteroidi stessa è la testimonianza di questo pianeta mancante. La scienza moderna è divisa sulla sua origine. L’ipotesi più diffusa oggi sostiene che la materia nella zona tra Marte e Giove non abbia mai potuto aggregarsi in un pianeta a causa dell’interferenza gravitazionale di Giove. Ma una seconda ipotesi, avanzata già nel 1802 dall’astronomo Heinrich Olbers, sostiene che la fascia degli asteroidi si sia formata dopo la distruzione di un grande pianeta — che Olbers chiamò Fetonte.

Nel XX secolo questa ipotesi è stata ripresa e sviluppata in modo sistematico dall’astronomo americano Tom Van Flandern, Ph.D. in astronomia a Yale e per vent’anni ricercatore presso lo U.S. Naval Observatory. Nella sua opera principale — Dark Matter, Missing Planets and New Comets — Van Flandern sviluppò la cosiddetta Exploded Planet Hypothesis, sostenendo che un quinto pianeta di circa 90 masse terrestri occupasse originariamente l’orbita tra Marte e Giove, e che si sia disintegrato circa 3,2 milioni di anni fa. A sostegno della sua ipotesi citava diversi elementi osservabili: lo schema a forma di “V” nelle eccentricità proprie degli asteroidi, che indica una dispersione da un punto di esplosione preciso a 2,82 unità astronomiche dal Sole; la distribuzione asimmetrica dei crateri su Marte, il cui emisfero meridionale mostra una saturazione di impatti e una crosta spessa oltre 20 km che si assottiglia verso nord — come se avesse ricevuto il bombardamento diretto di detriti provenienti dall’esplosione del pianeta vicino.

Nel 2026 uno studio pubblicato su Earth and Planetary Science Letters ha fornito la prima prova fisica diretta dell’esistenza di un protoplaneta distrutto nelle fasi primordiali del Sistema Solare interno. I ricercatori della University of Colorado Boulder hanno analizzato il meteorite Northwest Africa 12774 — NWA 12774 — trovato nel deserto del Sahara e appartenente al gruppo delle angriti, meteoriti eccezionalmente rare con una composizione chimica anomala rispetto ai pianeti rocciosi conosciuti. L’analisi dei cristalli di clinopirosseno ricchi di alluminio presenti nel meteorite ha rivelato che si sono formati sotto una pressione di almeno 17,56 kilobar — circa diciassette volte la pressione al fondo della Fossa delle Marianne — una pressione che non può esistere all’interno di un piccolo asteroide ma solo in un corpo di dimensioni planetarie. Lo studio conclude che il corpo progenitore delle angriti — definito dagli autori un “planetary embryo-sized angrite parent body” — aveva un raggio minimo di 1.000 km, e probabilmente superiore a 1.800 km se i cristalli si sono formati a profondità relativamente basse, rendendolo comparabile alla Luna. Il corpo fu “catastrophically disrupted during the earliest evolutionary stages of the inner solar system” — distrutto catastroficamente nelle fasi primordiali del Sistema Solare interno.

È la prima prova fisica diretta di ciò che l’Enuma Elish descrive da tremila anni.

Ma c’è un elemento che vale la pena sottolineare con attenzione. La composizione chimica di NWA 12774 è fondamentalmente diversa da quella dei pianeti rocciosi interni — Terra e Marte. Gli autori stessi notano che “unusual accretionary components” — componenti di accrezione inusuali — hanno giocato un ruolo nelle fasi primordiali del Sistema Solare interno, e che questi componenti hanno avuto “un percorso evolutivo distinto e separato” rispetto ai pianeti rocciosi conosciuti.

Se NWA 12774 fosse un frammento di Tiamat — il pianeta primordiale che ha generato i pianeti rocciosi interni — ci aspetteremmo una composizione chimica simile a quella di Terra e Marte. Invece è fondamentalmente diversa. Questo suggerisce che NWA 12774 non sia un frammento di Tiamat ma di un altro corpo — un corpo di origine esterna al Sistema Solare, con una storia evolutiva completamente diversa.

Nell’Enuma Elish questo corpo ha un nome preciso: il Vento Malvagio — uno dei quattro satelliti di Marduk donati da Anu. È il primo corpo a colpire fisicamente Tiamat — penetra nel suo ventre, lo gonfia, lo destabilizza dall’interno. Non è Marduk stesso — è il suo satellite principale, il corpo che esegue l’impatto fisico mentre Marduk colpisce a distanza con una scarica di energia. Un satellite di Marduk, di origine esterna al Sistema Solare, con una composizione chimica anomala rispetto ai pianeti rocciosi interni — di dimensioni comparabili alla Luna. È esattamente la descrizione di NWA 12774.

Il nome stesso di Tiamat supporta questa lettura. In accadico Tiamat è collegato al termine tâmtu — mare, acque profonde. È un corpo intrinsecamente associato all’acqua — un pianeta oceanico, o almeno un corpo con abbondante presenza di acqua nella sua composizione. Non è una coincidenza: alcuni oggetti della fascia degli asteroidi contengono minerali ricchi d’acqua, residui di una composizione primordiale che ricorda da vicino quella dei pianeti rocciosi interni. Sono i frammenti di Tiamat che portano ancora oggi la memoria della sua natura originaria.

La sua posizione orbitale tra i pianeti rocciosi interni e i giganti gassosi esterni la rendeva il corpo gravitazionalmente più instabile del Sistema Solare primordiale — esposta all’influenza di Giove da un lato e alle perturbazioni dei pianeti interni dall’altro. Era la “creatrice” — il corpo la cui influenza gravitazionale aveva contribuito alla formazione di Marte e Venere — ma era anche il corpo più vulnerabile. Quando Marduk entrerà nel Sistema Solare dall’esterno, con i suoi satelliti che la perturbano già da lontano, sarà Tiamat la prima a percepire la sua presenza. E sarà Tiamat a pagarne il prezzo più alto.

I destini non ancora fissati

L’ultimo elemento dell’incipit è forse il più significativo: “i destini non erano fissati”. In accadico il termine è šīmātu — qualcosa di assegnato, stabilito, immutabile. Nell’uso comune mesopotamico indica il destino individuale, il ruolo cosmico di ciascun essere. Ma in un contesto cosmologico — dove Apsu, Tiamat e Mummu sono corpi celesti — i destini non ancora fissati sono le orbite planetarie non ancora stabilizzate.

È una descrizione precisa dello stato del Sistema Solare nelle sue fasi primordiali: le orbite erano ancora eccentriche e instabili, i corpi si intersecavano, le influenze gravitazionali si sovrapponevano in modo caotico. I destini — le orbite — verranno fissati progressivamente nel corso della narrazione, fino alla battaglia finale di Marduk che ridisegnerà il Sistema Solare nella sua configurazione attuale.

Il poema inizia quindi con una fotografia precisa: tre corpi celesti già formati — Sole, Tiamat, il pianeta primordiale e Mercurio — le cui “acque” si mescolano in un disco protoplanetario ancora caotico. Le orbite non sono ancora stabili. Nessun altro pianeta esiste ancora. E i destini — le traiettorie che determineranno il futuro di tutto — devono ancora essere scritti.

La generazione degli dei — i pianeti prendono forma

Dal mescolarsi delle acque primordiali emergono progressivamente nuove entità, in una sequenza ordinata e gerarchica:

“Allora nel loro seno furono creati gli dei: Lahmu e Lahamu apparvero e ricevettero il nome. Mentre essi si sviluppavano e assumevano la loro forma (attuale), Ansar e Kisar furono creati, ad essi superiori: questi allungarono i loro giorni, moltiplicarono i loro anni! Anu, il loro figlio, che rivaleggia con i suoi padri, Anu, il figlio primogenito, fu uguale ad Ansar; e Anu generò Nudimmud a sua immagine e somiglianza; Nudimmud era il “controllore” dei suoi padri: di profonda introspezione, saggio, di grande forza, più potente del genitore dei suoi padri, Ansar, egli non aveva eguali a se stesso, tra i suoi fratelli divini!” (Trad. Pettinato)

La sequenza è precisa: Lahmu e Lahamu, poi Anshar e Kishar, poi Anu, poi Nudimmud. Ogni coppia o entità emerge dalla precedente e la supera. Non è una generazione biologica — è una progressione cosmica.

La lettura accademica

L’interpretazione tradizionale identifica Lahmu e Lahamu come divinità delle acque primordiali, il cui nome è associato al fango e al sedimento. Anshar e Kishar rappresentano rispettivamente l’orizzonte celeste e l’orizzonte terrestre. Anu è il dio del cielo, Nudimmud-Ea il dio della saggezza e delle acque dolci. È una teogonia — la nascita degli dei — analoga a quelle di altre tradizioni antiche, che riflette la visione mesopotamica del cosmo espressa in forma divina.

La lettura cosmogonica

La sequenza delle divinità corrisponde con precisione sorprendente alla formazione progressiva dei pianeti del Sistema Solare, nell’ordine in cui si condensarono dalla nube protoplanetaria. Ogni coppia è superiore alla precedente — corpi più grandi, orbite più ampie, periodi orbitali più lunghi. Non è una progressione narrativa arbitraria: è la descrizione fisica di un processo cosmologico reale.

Lahmu e Lahamu — Marte e Venere

I primi a emergere dalle acque primordiali. Il loro nome in accadico evoca il fango, il sedimento — materia che si solidifica dall’acqua. Sono i pianeti rocciosi interni più vicini al Sole: Marte e Venere. Il testo li descrive come una coppia, uno maschile e uno femminile, che si sviluppano e assumono la loro forma attuale — un processo di accrezione e solidificazione perfettamente coerente con la formazione dei pianeti terrestri dal disco protoplanetario.

La distinzione maschile-femminile non è casuale. Venere e Marte hanno caratteristiche fisiche opposte che le tradizioni antiche percepivano intuitivamente: Venere è il pianeta più luminoso, avvolto in un’atmosfera densa e riflessiva, associato al femminile in quasi tutte le culture antiche. Marte è rossastro, arido, associato al maschile e alla guerra. La coppia Lahmu-Lahamu riflette questa dualità percepita.

Anshar e Kishar — Giove e Saturno

“Ad essi superiori: questi allungarono i loro giorni, moltiplicarono i loro anni.”

Superiori in massa, con orbite enormemente più ampie e periodi orbitali molto più lunghi. La descrizione del testo è precisa: Giove impiega circa 12 anni per completare un’orbita, Saturno quasi 30. Rispetto ai 687 giorni di Marte e ai 225 di Venere, i loro anni sono davvero “moltiplicati”.

Ma la loro superiorità non è solo dimensionale — è gravitazionale. La forza di gravità di Giove ha contribuito, insieme a quella del Sole, a plasmare il Sistema Solare. Giove possiede una vasta sfera di Hill tra le più grandi del Sistema Solare, che rende l’idea del ruolo che il pianeta svolge nel regolare gli assetti gravitazionali del sistema planetario. La massa di Giove corrisponde a due volte e mezzo la somma di quelle di tutti gli altri pianeti messi insieme — è il vero co-protagonista del Sistema Solare dopo il Sole.

Il rapporto tra Giove e Saturno è altrettanto straordinario. Fu Saturno a strappare Giove dalla posizione vicina al Sole e portarlo dove si trova oggi, attraverso una risonanza orbitale: quando si trovarono relativamente vicini, uno dei due compiva un’orbita attorno al Sole mentre l’altro ne faceva due, esercitando un’influenza gravitazionale reciproca. Anshar e Kishar — una coppia indissolubile, superiore a tutto ciò che viene prima — sono esattamente questo: due corpi legati da una risonanza gravitazionale che ha ridisegnato il Sistema Solare.

È dal 1886 che gli astronomi sono a conoscenza di come la presenza di Giove — grazie al meccanismo delle risonanze dinamiche — abbia scolpito la distribuzione delle orbite dei corpi che popolano la fascia principale degli asteroidi. Anshar e Kishar che “allungano i loro giorni e moltiplicano i loro anni” non sono solo più grandi — sono i corpi che governano il Sistema Solare e ne definiscono la struttura.

Anu — Urano

Figlio di Anshar, che lo eguaglia. Il suo nome significa letteralmente “cielo” in sumerico — e Urano, nella tradizione greco-romana, è il dio del cielo, la volta celeste personificata. Non è una coincidenza: è la stessa entità cosmica descritta con nomi diversi in tradizioni diverse che non avevano contatti diretti.

Urano è un caso anomalo nel Sistema Solare — il suo asse di rotazione è inclinato di 98° rispetto al piano orbitale, il che significa che orbita quasi su un fianco. È l’unico pianeta del Sistema Solare con questa caratteristica estrema, probabilmente il risultato di una collisione primordiale con un corpo di grandi dimensioni. Urano e Nettuno potrebbero aver subito una dispersione gravitazionale delle loro orbite originarie dopo incontri ravvicinati con Giove o Saturno. Il testo dice che Anu “eguaglia” Anshar — non lo supera, non è inferiore. È il pianeta che condivide l’influenza gravitazionale dei giganti gassosi senza avere la loro massa dominante.

Nudimmud-Ea — Nettuno

Il più esterno, il più lontano, e il più straordinario. Il testo lo descrive con caratteristiche che nessun altro possiede: “controllore dei suoi padri, di profonda introspezione, saggio, di grande forza, più potente del genitore dei suoi padri, Ansar, egli non aveva eguali a se stesso tra i suoi fratelli divini.”

Non è semplicemente più grande — è qualitativamente diverso. E la scienza moderna gli attribuisce un ruolo unico nella storia del Sistema Solare. Nettuno avrebbe avuto origine molto più vicino al Sole, per poi migrare verso l’esterno attraverso interazioni gravitazionali con il disco di planetesimi primordiali. Gli oggetti del disco sparso sono stati dispersi da Nettuno in orbite altamente ellittiche e fortemente inclinate rispetto al piano dei pianeti — si ritiene che gli oggetti in queste regioni siano finiti lì a causa della migrazione di Nettuno dalla sua orbita originale.

Nettuno è il “controllore dei suoi padri” in senso letterale — la sua migrazione verso l’esterno ha ridistribuito enormi quantità di materiale nel Sistema Solare, modificando le orbite di Urano, modellando la fascia di Kuiper, scagliando corpi verso il Sistema Solare interno. La quantità di materiale nella fascia di Kuiper oggi potrebbe essere solo una piccola parte di ciò che era originariamente lì — le orbite dei quattro pianeti giganti hanno fatto perdere la maggior parte del materiale originale, probabilmente da 7 a 10 volte la massa della Terra.

Nella tradizione mesopotamica Ea è il dio della saggezza e delle acque profonde — colui che invierà gli Apkallu agli uomini, colui che neutralizzerà Apsu, colui che genererà Marduk. È il più attivo, il più intelligente, il più capace di intervento tra tutti gli dei. Nettuno — il pianeta che ha più di ogni altro ridisegnato il Sistema Solare attraverso la sua migrazione — è esattamente questo.

La tabella cosmogonica

La sequenza completa dei corpi celesti identificati nelle prime due tavole dell’Enuma Elish è questa:

DivinitàCorpo celeste
ApsuSole
MummuMercurio
TiamatPianeta primordiale
Lahmu e LahamuMarte e Venere
Anshar e KisharGiove e Saturno
AnuUrano
Nudimmud-EaNettuno

Il Sistema Solare è quasi completo. Manca la Terra — che non esiste ancora, e nascerà solo dalla catastrofe che verrà. E manca Marduk — il corpo che quella catastrofe porterà con sé, entrando nel Sistema Solare dall’esterno per sconvolgere tutto ciò che era stato costruito.

Nel prossimo articolo entreremo nel cuore del poema — il conflitto, la battaglia, e la nascita della Terra dal corpo di Tiamat.


Immagine in anteprima: Disco protoplanetario HD 163296 — immagine ottenuta dal radiotelescopio ALMA. Il disco mostra chiaramente gli anelli concentrici che indicano la formazione di pianeti in orbite distinte attorno alla stella centrale.

Attribuzione: ALMA (ESO/NAOJ/NRAO); A. Isella; B. Saxton (NRAO/AUI/NSF), CC BY 4.0, via Wikimedia Commons.


Per approfondire

  • Giovanni Pettinato, Enuma Elish — Mitologia assiro-babilonese, UTET, Torino, 2005. La traduzione italiana più autorevole dell’Enuma Elish, con ampio apparato critico e commento filologico. Traduzione di riferimento per questo articolo
  • Jean Bottéro e Samuel Noah Kramer, Uomini e dei della Mesopotamia, Giulio Einaudi Editore, Torino, 1992
  • Stephanie Dalley, Myths from Mesopotamia, Oxford University Press, Oxford, 1989
  • Benjamin R. Foster, From Distant Days, CDI Press, 1993
  • Alberto Elli, Enūma Eliš — Il mito babilonese della creazione, Edizioni Ca’ Foscari, Venezia
  • Alexander Heidel, The Babylonian Genesis, University of Chicago Press, Chicago, 1951


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