Nel III secolo a.C., mentre il mondo antico attraversava una delle sue trasformazioni più radicali, un sacerdote babilonese di nome Berosso compì un gesto intellettuale senza precedenti: scelse di rendere accessibile ai greci la tradizione della propria civiltà, per consegnarla a chi non avrebbe mai potuto accedervi direttamente. Il risultato fu la Babiloniaka, un’opera in tre libri dedicata ad Antioco I, sovrano dell’impero seleucide, che rappresenta ancora oggi la nostra testimonianza più diretta sulla visione che i Babilonesi avevano della propria storia e delle proprie origini.
Il panorama storico
Per capire perché Berosso scrisse ciò che scrisse, e perché lo scrisse in quel momento, è necessario capire il mondo in cui viveva. La conquista di Alessandro Magno aveva spazzato via l’impero persiano con una velocità che non aveva precedenti, portando al potere in tutto il Vicino Oriente una nuova classe dominante macedone e greca, estranea alle tradizioni culturali dei popoli che ora governava. I nuovi padroni non leggevano il cuneiforme, non conoscevano la letteratura sumerica e accadica, non comprendevano il ruolo del sacerdozio babilonese nella vita civile e religiosa della Mesopotamia. La loro conoscenza di Babilonia era filtrata da autori greci come Erodoto e Ctesia, il cui resoconto era, nella migliore delle ipotesi, parziale e, nella peggiore, apertamente romanzesco.
In questo contesto Berosso era una figura singolare. Sacerdote del dio Bel-Marduk nel grande tempio di Esagila a Babilonia, aveva ricevuto una formazione scribale completa nei classici sumerici e accadici — il che significava avere accesso diretto agli archivi più antichi e riservati della tradizione mesopotamica. Allo stesso tempo sapeva scrivere in greco, conosceva le concezioni popolari greche del passato babilonese e si era probabilmente inserito nella corte seleucide come astrologo — una figura di cui i nuovi sovrani, come i loro predecessori persiani, avevano sempre avuto bisogno. Era, per usare le parole dello studioso Stanley Mayer Burstein che ha curato l’edizione critica dei frammenti della Babiloniaka, un individuo sospeso tra due culture, immerse nelle tradizioni di Babilonia e orgoglioso di esse, ma capace di muoversi nel nuovo mondo greco-macedone senza rinnegarle.
La vita
La sua nascita è collocabile non prima del 350 a.C. — egli stesso afferma di essere stato contemporaneo di Alessandro — e la Babiloniaka fu composta intorno al 281 a.C. Ma dietro la scelta di scrivere quest’opera c’era probabilmente qualcosa di più urgente di un semplice progetto culturale. Seleuco I, il fondatore della dinastia seleucide, aveva deliberatamente degradato Babilonia trasferendo gran parte della sua popolazione nella nuova capitale Seleucia sul Tigri, svuotando i templi del loro ruolo tradizionale e creando un profondo attrito con il sacerdozio caldeo. L’ascesa di Antioco I, che aveva a lungo risieduto a Babilonia come governatore delle satrapie orientali e sembrava più sensibile alla tradizione locale, apparve probabilmente a Berosso come un’opportunità: un resoconto veritiero e autorevole della storia e della cultura babilonese avrebbe potuto convincere il nuovo sovrano a invertire la politica del padre e restituire al sacerdozio il suo ruolo.
Se questa era la speranza, rimase delusa. Qualche tempo dopo il 281 a.C. Berosso abbandonò Babilonia — ormai in età avanzata — e si stabilì sull’isola di Cos, sotto il controllo di Tolomeo II, acerrimo rivale di Antioco. Fu lì che divenne, secondo le fonti antiche, il primo a impartire ai Greci un insegnamento formale sull’astrologia caldea. La sua partenza da Babilonia per l’isola di un sovrano nemico dice più di qualsiasi dichiarazione esplicita sull’esito del suo tentativo di dialogo con il potere.
Eppure il fallimento politico di Berosso non diminuisce la straordinaria importanza della sua opera. Nei secoli successivi la Babiloniaka divenne — per quanto poco letta nella sua forma originale — il modello per tutti i successivi tentativi da parte degli intellettuali del Vicino Oriente di spiegare la propria cultura al mondo greco. E per noi, a distanza di oltre duemila anni, rappresenta qualcosa di ancora più prezioso: la voce di un uomo che conosceva dall’interno una tradizione millenaria e scelse, consapevolmente e deliberatamente, di non lasciarla morire nel silenzio.
La Babiloniaka – Una civiltà messa per iscritto
La Babiloniaka nella sua forma originale è andata perduta. Ciò che oggi possiamo leggere è il risultato di una catena di trasmissioni complessa e stratificata: l’opera fu riassunta nel I secolo a.C. dallo studioso greco-romano Cornelio Alessandro Polistore, il cui riassunto fu a sua volta estratto e abbreviato da Giuseppe Flavio nel I secolo d.C., da Abideno nel II secolo d.C. e da Eusebio di Cesarea all’inizio del IV secolo. È attraverso questi filtri successivi — in greco, in armeno, in siriaco — che i frammenti della Babiloniaka ci sono pervenuti. Nonostante questa lunga catena di mediazioni, gli studiosi moderni hanno potuto verificare che ogni volta che le affermazioni di Berosso sono state confrontate con testi cuneiformi ritrovati, si sono rivelate accurate. Non si tratta di un compilatore fantasioso, ma di un testimone fedele di una tradizione documentata.
L’opera era divisa in tre libri.
Il primo, intitolato significativamente Genesi, conteneva la cosmogonia babilonese e il racconto della prima rivelazione della conoscenza agli uomini.
Il secondo, il Libro dei Re, trattava i re antediluviani, il Diluvio e le prime dinastie dopo la catastrofe.
Il terzo copriva la storia di Babilonia fino ad Alessandro Magno.
Ma ridurre la Babiloniaka a una storia di Babilonia sarebbe fraintenderne profondamente la natura. Per Berosso la storia era subordinata alla saggezza — e non a caso il suo libro cominciava non con i re ma con la cosmogonia, con la domanda su come il mondo e la civiltà fossero venuti all’esistenza.
La risposta che Berosso dava a questa domanda era radicalmente diversa da quella che i greci davano per scontata. Per la tradizione intellettuale greca del suo tempo la civiltà era un prodotto storico, il risultato progressivo dell’ingegno e dell’attività umana nel corso del tempo. Per Berosso — e per la tradizione mesopotamica di cui era portavoce — la civiltà non era affatto un prodotto della storia. Era invece il risultato di una rivelazione divina, avvenuta in un momento preciso, 432.000 anni prima del Diluvio, nella città di Babilonia. Prima di quella rivelazione gli uomini vivevano senza leggi, come animali selvatici. Dopo averla ricevuta, si erano civilizzati. E quella rivelazione era completa: conteneva tutto ciò che era necessario alla vita civile, e da quel momento in poi nulla di essenzialmente nuovo era stato aggiunto.
Protagonisti di questa rivelazione iniziale furono gli Apkallu, esseri metà uomo e metà pesce emersi dal Mare Eritreo. Il primo e il più importante degli Apkallu fu Oannes. Berosso lo descrive senza enfasi, con la cura di chi sta registrando qualcosa di reale. Oannes trasmise agli uomini era la totalità della vita civile: la conoscenza delle lettere, delle scienze e dei mestieri, la capacità di fondare città e templi, di introdurre leggi, di misurare la terra, di coltivare e raccogliere i frutti. E dopo di lui, a diversi re del periodo antediluviano, apparvero altri esseri della stessa natura — gli Apkallu, i Sette Saggi — che spiegarono nei dettagli ciò che Oannes aveva comunicato sommariamente. Berosso li associa ad alcuni re specifici, in una corrispondenza sistematica che ritroviamo identica nella Lista di Re e Saggi di Uruk e nella Serie Bīt Mēseri, confermando ancora una volta che stava attingendo a fonti cuneiformi autentiche e consolidate.
La lista dei Re e il Diluvio
Il secondo libro si apre con la lista dei dieci re che regnarono prima del Diluvio, con le loro durate di regno espresse in saroi — unità di 3.600 anni ciascuna. Il primo re, Aloros, regnò per dieci saroi, ovvero 36.000 anni. In totale i dieci re antediluviani regnarono per centoventi saroi, corrispondenti a 432.000 anni — lo stesso numero che Berosso aveva indicato come l’intervallo tra la rivelazione di Oannes e il Diluvio. Non è una coincidenza numerica casuale: è un’architettura temporale deliberata, costruita su multipli precisi del sistema sessagesimale babilonese, che ritroveremo — identica — in tradizioni cosmologiche lontanissime dalla Mesopotamia, dall’India vedica alla mitologia norrena.
Il Diluvio irrompe nella narrazione con la stessa asciuttezza che avevamo già incontrato nella Lista Reale Sumerica. Il dio Crono — identificazione greca di Ea — appare in sogno all’ultimo re antediluviano, Xisouthros, e gli rivela che il quindicesimo giorno del mese Daisios il genere umano sarà distrutto da un diluvio. Gli ordina di costruire una barca, di imbarcare i suoi familiari e i suoi animali, e — dettaglio che Berosso sottolinea con particolare cura — di seppellire prima a Sippar, la città del Sole, l’inizio, la metà e la fine di tutti gli scritti. La sopravvivenza della conoscenza è importante quanto la sopravvivenza dell’uomo stesso. Dopo la catastrofe, Xisouthros e coloro che erano con lui vengono trasportati tra gli dei per la loro pietà, e i sopravvissuti ricevono l’istruzione di tornare a Babilonia e di dissotterrare gli scritti per distribuirli all’umanità. La civiltà riprende esattamente da dove si era interrotta — non ricominciando da capo, ma recuperando ciò che era stato preservato.
Dopo il Diluvio gli Apkallu scompaiono. Berosso menziona, quasi di passaggio, un solo essere straordinario nella decima generazione dopo la catastrofe — un uomo tra i Caldei che era giusto, grande e conoscitore dei fenomeni celesti, identificato da alcuni con Abramo. Poi il silenzio. I re continuano a susseguirsi per migliaia di anni, ma i loro consiglieri sono ormai esseri umani, custodi di una conoscenza trasmessa, non più portatori diretti di essa. La catena si è assottigliata. Qualcosa che esisteva prima del Diluvio non è tornato dopo.
È in questa architettura complessiva — la rivelazione originaria, gli esseri che la trasmettono, la catastrofe, la preservazione degli scritti, la lenta ricostruzione — che risiede il contributo più straordinario della Babiloniaka per chi si interroga sull’origine della civiltà umana. Berosso non stava scrivendo un romanzo né elaborando una fantasia teologica. Stava mettendo per iscritto, in una lingua che potesse essere compresa dai nuovi padroni del mondo, ciò che la tradizione più antica e più custodita della sua civiltà affermava senza esitazione: che la conoscenza su cui si fonda la vita civile non era nata dagli uomini. Era stata portata da fuori, in un tempo remotissimo, da esseri che non erano uomini. E che da quel momento, come egli stesso scrive, non era stato scoperto più nulla di nuovo.
Per approfondire
Fonti primarie
- Babiloniaka di Berosso — L’opera originale è andata perduta. I frammenti sono stati ricostruiti a partire dalle citazioni di Cornelio Alessandro Polistore (I secolo a.C.), Giuseppe Flavio (I secolo d.C.), Abideno (II secolo d.C.) ed Eusebio di Cesarea (IV secolo d.C.). Edizione di riferimento utilizzata in questo articolo: Stanley Mayer Burstein, The Babyloniaka of Berossus, Undena Publications, Malibu, 1978.
- Lista di Re e Saggi di Uruk — Tavoletta cuneiforme datata al 165 a.C., scoperta durante gli scavi tedeschi a Uruk tra il 1959 e il 1960. Pubblicata da J.J.A. van Dijk in UVB XVIII, 1962. Conferma puntuale delle associazioni tra re antediluviani e Apkallu riportate da Berosso.
- Serie Bīt Mēseri — Serie di testi rituali neoassiri (VIII-VII secolo a.C.) contenenti la lista più antica conosciuta degli Apkallu con i loro nomi e le loro associazioni con i re antediluviani.
- Enuma Elish — Poema babilonese della creazione, fonte primaria della cosmogonia riportata da Berosso nel primo libro della Babiloniaka.
Studi e approfondimenti
- Stanley Mayer Burstein, The Babyloniaka of Berossus, Undena Publications, Malibu, 1978
- Wilfred G. Lambert, Berossus and Babylonian Eschatology, Iraq, vol. 38, 1976 — analisi del rapporto tra la cosmologia di Berosso e la tradizione cuneiforme.
- Gerald P. Verbrugghe e John M. Wickersham, Berossos and Manetho, Introduced and Translated, University of Michigan Press, Ann Arbor, 1996 — edizione commentata dei frammenti con ampio contesto storico e culturale.
- Paul Schnabel, Berossos und die babylonisch-hellenistische Literatur, Teubner, Lipsia, 1923 — studio classico sulla figura di Berosso e il suo contesto intellettuale.
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