Nelle tradizioni mesopotamiche esiste una categoria di esseri che non appartiene né al mondo degli dei né a quello degli uomini. Non sono figure mitologiche nel senso convenzionale — mostri, eroi, simboli. Sono portatori di conoscenza, presenze documentate in testi copiati per secoli e in immagini scolpite nella pietra. Si chiamano Apkallu.
Compaiono prima del Diluvio, associati ai re dell’età in cui la regalità era discesa dal cielo. Trasmettono agli uomini tutto ciò che costituisce la vita civile — scrittura, leggi, astronomia, architettura, agricoltura. Poi scompaiono. Dopo il Diluvio non ci sono più.
Chi erano? Da dove venivano? E cosa significa che la loro presenza si sia conclusa con il Diluvio, lasciando agli uomini solo il compito di custodire una conoscenza che non avrebbero mai più potuto ricevere direttamente?
Chi erano gli Apkallu
Il termine accadico apkallu significa letteralmente “uomo di grande intelletto”.

Le fonti li descrivono con coerenza attraverso i secoli. Emergono dall’acqua — dal Mare Eritreo o dall’Apsû, la sede del dio Enki. Il loro aspetto è ibrido: corpo di pesce, testa umana, piedi umani, voce umana. Sono anfibi — vivono tra due dimensioni senza appartenere pienamente a nessuna. Non mangiano cibo umano. Ogni notte ritornano negli abissi da cui sono venuti.
Non appartengono al pantheon babilonese — non ricevono culto, non hanno templi. Non appartengono al mondo degli uomini. Sono inviati, con un compito preciso e un tempo definito.
Nel periodo neoassiro i rilievi scultorei dei palazzi di Nimrud e Ninive li mostrano in due forme: uomo-pesce e uomo-aquila. Tengono in mano un secchio e una pigna — strumenti rituali legati alla purificazione e alla trasmissione della conoscenza sacra. Erano scolpiti a protezione delle porte e dei corridoi, non come decorazione ma come mediatori tra il mondo umano e ciò che stava oltre.
Ciò che distingue gli Apkallu da tutte le altre figure ibride della mitologia mesopotamica è la loro dimensione funzionale. Non sono mostri né simboli di forze naturali. Hanno un compito storicamente collocato che si esaurisce in un arco di tempo definito. Vengono, trasmettono, scompaiono. La loro natura ibrida è solo il segno visibile di qualcosa che la tradizione sapeva senza spiegare: che ciò che portarono non veniva dagli uomini, e che chi lo portò non era come gli uomini.
La figura di Oannes descritta da Berosso
Il veicolo di questa rivelazione fu Oannes. Il primo libro della Babiloniaka lo descrive con una precisione che, ancora oggi, colpisce per il suo carattere quasi documentario.
Nel primo anno una bestia di nome Oannes apparve dal Mare Eritreo in un luogo adiacente a Babilonia. L’intero corpo era quello di un pesce, ma sotto la testa del pesce era cresciuta una testa umana e dalla coda del pesce erano cresciuti piedi umani. Aveva anche una voce umana. Una sua immagine è conservata ancora oggi. Si dice che questa bestia trascorse i giorni con gli uomini, ma non mangiò alcun cibo. Diede agli uomini la conoscenza delle lettere e scienze e mestieri di ogni tipo. Inoltre, insegnò loro come fondare città, fondare templi, introdurre leggi e misurare la terra. Rivelò loro le sementi e la raccolta dei frutti, e in generale ha dato agli uomini tutto ciò che è connesso alla vita civile. Dal tempo di quella bestia non è stato scoperto più nulla. Ma quando il sole tramontava, questa bestia, Oannes, si immergeva di nuovo nel mare e passava le notti negli abissi, perché era anfibia. In seguito apparvero anche altre bestie.
Il contenuto della trasmissione è descritto nelle fonti senza ambiguità. Berosso elenca: lettere, scienze, mestieri, fondazione di città e templi, leggi, misurazione della terra, agricoltura. Chiude con una frase netta: “in generale ha dato agli uomini tutto ciò che è connesso alla vita civile”.
Berosso descrive le apparizioni delle creature uomo-pesce in modo non sistematico — non ogni re ha il suo Apkallu, ma in determinati regni compaiono esseri che approfondiscono e articolano ciò che Oannes aveva comunicato per primo. Il testo è esplicito: “queste creature, tutte insieme, spiegarono nei dettagli le cose che erano state dette sommariamente da Oannes”.
| Re | Apkallu associato |
| Aloros | Oannes — trasmette la totalità della conoscenza civile |
| Ammenon | Annedotos — una bestia con forme di uomo e di pesce |
| Daonos | Euedokos, Eneugamos, Eneuboulos, Anementos — quattro creature uomo-pesce |
| Euedorachos | Odakon — creatura simile alle precedenti |
Dove compaiono – Le fonti
La tradizione degli Apkallu non si basa su un unico testo. È una tradizione stratificata, documentata in fonti indipendenti che si distribuiscono nell’arco di quasi duemila anni e che convergono, nei tratti essenziali, con una coerenza che è essa stessa significativa.
La fonte più antica è la Serie Bīt Mēseri, una raccolta di testi rituali neoassiri databile all’VIII-VII secolo a.C. Contiene la lista più antica conosciuta dei sette Apkallu con i loro nomi e le loro associazioni con i re antediluviani. È un testo di carattere pratico — una serie di incantesimi e rituali di purificazione — il che significa che gli Apkallu non vi compaiono come figure mitologiche distanti ma come presenze attive, invocabili, ancora operanti nella pratica religiosa quotidiana.
La Lista di Re e Saggi di Uruk, datata al 165 a.C. e scoperta durante gli scavi tedeschi a Uruk tra il 1959 e il 1960, abbina sistematicamente i sette re antediluviani ai loro Apkallu, registra il Diluvio come spartiacque, e continua con i governanti post-diluviani e i loro consiglieri umani. È il testo che ha permesso agli studiosi moderni di verificare punto per punto la fedeltà di Berosso alle fonti cuneiformi — e quella verifica ha dato esito positivo.
La Babiloniaka di Berosso, composta intorno al 281 a.C., trasmette in greco la stessa tradizione attingendo agli archivi del tempio di Esagila. È la fonte più accessibile per il lettore moderno e la più dettagliata nella descrizione di Oannes — ma va letta sapendo che è una traduzione culturale, non un testo originale, e che ci è pervenuta attraverso una catena di riassunti e abbreviazioni.

I rilievi scultorei assiri dei palazzi di Nimrud e Ninive costituiscono una fonte di tipo diverso ma di pari importanza. Qui gli Apkallu non sono descritti ma raffigurati, con una precisione iconografica che attraversa i secoli senza variazioni significative. Le due forme principali — uomo-pesce e uomo-aquila — compaiono sistematicamente nelle stesse posizioni: a protezione delle porte, nei corridoi di accesso alle sale del trono, accanto all’albero della vita. Tengono sempre gli stessi oggetti — il secchio e la pigna — e compiono sempre gli stessi gesti. Non è decorazione. È un linguaggio visivo codificato, ripetuto con la stessa cura con cui uno scriba copiava un testo sacro.
Infine c’è la Serie Ludlul bēl nēmeqi, un testo babilonese spesso chiamato il “Giobbe babilonese”, in cui un uomo colpito da malattia e sventura riceve la guarigione attraverso tre sogni in cui compaiono figure riconoscibili come Apkallu. Anche qui non sono figure mitologiche remote — sono presenze che intervengono nella vita degli uomini in momenti di crisi, mediatori tra il mondo umano e qualcosa che sta oltre.
Ciò che emerge da questo censimento è una tradizione straordinariamente stabile. I nomi cambiano leggermente da una fonte all’altra, i dettagli variano, ma il nucleo rimane invariato per quasi duemila anni: sette esseri di natura ibrida, legati all’acqua e alla saggezza, inviati da Enki, associati ai re del tempo prima del Diluvio. Una tradizione così coerente e così longeva non si spiega con la semplice elaborazione letteraria. Custodisce qualcosa.
La scomparsa degli Apkallu
Dopo il Diluvio gli Apkallu non scompaiono immediatamente. Si trasformano.
Le fonti descrivono una transizione graduale ma inequivocabile. Nella Serie Bīt Mēseri compaiono quattro Apkallu post-diluviani di discendenza umana — non più esseri emersi dall’Apsû, ma uomini che conservano qualcosa della natura dei loro predecessori. Sono però figure già degradate. Uno fa arrabbiare il dio Adad al punto da bloccare pioggia e vegetazione per tre anni. Un altro provoca l’ira di Enki nell’Apsû. Commettono errori. Hanno limiti. La perfezione della trasmissione originaria si è incrinata.
L’Epopea di Erra e Ishum aggiunge un elemento che le altre fonti non esplicitano: gli Apkallu non scompaiono semplicemente — vengono allontanati. È Marduk stesso a bandirli nell’Apsû, impedendo loro di tornare. Non è una scomparsa naturale. È una separazione deliberata tra il mondo umano e ciò che gli Apkallu rappresentavano.
Berosso registra la fine di questa transizione con una sola frase. Nella decima generazione dopo il Diluvio — circa seimila anni dopo la catastrofe secondo la sua cronologia — compare un uomo tra i Caldei descritto come “giusto, grande e conoscitore dei fenomeni celesti”. È l’ultimo riferimento superstite a un essere di natura straordinaria dopo il Diluvio. Burstein, nella sua edizione critica, nota che Giuseppe Flavio e lo storico noto come Pseudo-Eupolemo identificano questa figura con Abramo. Nota anche che Berosso considerava il recupero dell’astronomia il risultato più importante di questa serie finale di Apkallu — come se l’ultima traccia della trasmissione originaria si fosse condensata tutta nella conoscenza del cielo.
Dopo questo uomo, il silenzio. I re continuano a susseguirsi per migliaia di anni, ma i loro consiglieri sono ormai gli Ummânū — sapienti interamente umani, custodi di una conoscenza trasmessa, non più portatori diretti di essa. La catena si è interrotta. Qualcosa che esisteva prima del Diluvio non è tornato dopo.
La domanda che questa transizione pone è precisa: cosa andò perduto con la scomparsa degli Apkallu? Berosso lo aveva già detto nel primo libro, descrivendo Oannes: “Dal tempo di quella bestia non è stato scoperto più nulla”. Non è una chiusura retorica. È una dichiarazione sulla natura della conoscenza umana — che tutto ciò che l’umanità possiede le fu dato in un momento remoto, da esseri che non erano uomini, e che da quel momento in poi non è arrivato nulla di nuovo.
Immagine di copertina: God Ea (Sumerian Enki) flanked by fish-cloaked apkallus, part of a basalt water basin from Assur, Iraq. Reign of Sennacherib, 7th century BCE. Pergamon Museum, Germany. Osama Shukir Muhammed Amin FRCP(Glasg) Creative Commons Attribution-Share Alike 4.0
Per approfondire
Fonti primarie
- Serie Bīt Mēseri — Serie di testi rituali neoassiri (VIII-VII secolo a.C.) contenenti la lista più antica conosciuta degli Apkallu con i loro nomi e le loro associazioni con i re antediluviani. Edizione di riferimento: F.A.M. Wiggermann, Mesopotamian Protective Spirits: The Ritual Texts, Styx Publications, Groningen, 1992.
- Lista di Re e Saggi di Uruk — Tavoletta cuneiforme datata al 165 a.C., numero di scavo W.20030,7. Scoperta durante gli scavi tedeschi a Uruk nel 1959-60. Pubblicata da Jan van Dijk in Vorläufiger Bericht über die Ausgrabungen in Uruk-Warka 18, 1962. Analisi completa in Alan Lenzi, The Uruk List of Kings and Sages and Late Mesopotamian Scholarship, JANER 8.2, Brill, Leiden, 2008.
- Babiloniaka di Berosso — Per i riferimenti completi si veda l’articolo dedicato a Berosso in questo sito. Edizione di riferimento: Stanley Mayer Burstein, The Babyloniaka of Berossus, Undena Publications, Malibu, 1978.
- Lista Reale Sumerica — Per i riferimenti completi si veda l’articolo dedicato in questo sito. Edizione di riferimento: Stephen Langdon, Oxford Editions of Cuneiform Texts, vol. II, Oxford University Press, 1923.
- Epopea di Erra e Ishum — Testo babilonese databile alla fine del secondo millennio a.C. Traduzione di riferimento: Luigi Cagni, L’Epopea di Erra, Istituto di Studi del Vicino Oriente, Roma, 1969.
- Ludlul bēl nēmeqi — Testo babilonese noto come “il Giobbe babilonese”. Traduzione di riferimento: W.G. Lambert, Babylonian Wisdom Literature, Oxford University Press, 1960.
Studi e approfondimenti
- F.A.M. Wiggermann, Mesopotamian Protective Spirits: The Ritual Texts, Styx Publications, Groningen, 1992 — edizione critica fondamentale della Serie Bīt Mēseri con analisi degli Apkallu.
- Alan Lenzi, The Uruk List of Kings and Sages and Late Mesopotamian Scholarship, JANER 8.2, Brill, Leiden, 2008 — analisi comparativa delle principali fonti sugli Apkallu.

Lascia un commento